Tilda Swinton a Cannes – “Con l’IA reagiamo da esseri umani, non annoiamo il pubblico

Tilda Swinton a Cannes – “Con l’IA reagiamo da esseri umani, non annoiamo il pubblico

Per Tilda Swinton il vero antidoto all’intelligenza artificiale nel cinema è semplice: continuare a creare storie imprevedibili, profondamente umane, che non annoino mai il pubblico. L’attrice scozzese, premio Oscar per Michael Clayton e musa di registi come Derek Jarman, Wes Anderson, Luca Guadagnino e Jim Jarmusch, è stata protagonista di un lungo incontro con il pubblico al Festival di Cannes, dove ha parlato di cinema, festival, vulnerabilità degli attori e rischi dell’IA.

In oltre un’ora e mezza di conversazione con Didier Allouch, Swinton ha ripercorso i suoi grandi sodalizi artistici e ha lanciato un messaggio chiaro: il futuro del cinema non può essere lasciato agli algoritmi, ma alla capacità degli esseri umani di raccontare il caos.

“L’IA non avrà chance se smettiamo di essere prevedibili”

Parlando dei rischi legati all’intelligenza artificiale, anche per il mondo del cinema, Swinton è diretta: “Finché ciò che produciamo non sarà stereotipato e stancante per il pubblico, l’IA non avrà alcuna possibilità”.

La sua ricetta per restare rilevanti è tornare al cuore del mestiere: creare storie “caotiche e avventurose”, in cui lo spettatore non sappia mai davvero cosa accadrà. “Partire da una storia personale è sempre un buon punto di partenza – spiega – e questo può anche significare ritrovarsi in cima a una montagna medievale con un drago…”.

Per Swinton, il vero pericolo non è la tecnologia, ma la noia: la cosa peggiore che può succedere è che il pubblico senta che “non vale più la pena uscire e andare al cinema invece di guardarsi qualcosa sullo smartphone”.

Da qui il suo appello: continuare a invogliare le persone a entrare nelle sale, a vivere l’esperienza collettiva del grande schermo, lontano dalla fruizione solitaria e distratta del telefono.

Per chi vuole leggere il resoconto completo delle sue parole, l’intervento arriva dal Festival di Cannes ed è riportato da ANSA.

Festival, tappeto rosso e “tribù” del cinema

Swinton non ha dubbi: “Non farei film se non fosse per i festival”. Il suo primo vero “innamoramento” per questo mondo arriva con Caravaggio di Derek Jarman, girato nel 1985/1986 e presentato alla Berlinale. Lì, racconta, le si è “aperta la testa”: ha capito che quello era il suo posto, il suo orizzonte, “il mondo della cultura internazionale”.

Ai festival non è solo questione di film: è l’incontro con altri cineasti, con quella che definisce la sua “tribù”. Un ambiente dove si condividono visioni, rischi, linguaggi, e dove il cinema vive anche fuori dallo schermo.

Con il suo tipico humour, Swinton dice di divertirsi anche nella dimensione più pop dei festival, il tappeto rosso: “È come partecipare a un matrimonio enorme dove ogni altra persona è damigella d’onore e tutti possono scegliere il proprio vestito. È una festa… a volte è un fiasco”, scherza.

Ma per lei quello non è il vero glamour. Il glamour autentico è altrove: “nel buio della sala, davanti al grande schermo: tutto il resto è solo divertente”.

Ruoli al limite, pausa dal set e vulnerabilità degli attori

Quando sceglie un ruolo, Swinton è attratta da personaggi sull’orlo di un precipizio, pronti ad affrontare un cambiamento “assolutamente catastrofico”. Può essere un cambio di genere, come in Orlando, o la trasformazione di Julia, protagonista del film di Erick Zonca: un’alcolizzata che rapisce e aggredisce un bambino e finisce per diventare madre, “in qualche modo, magicamente”.

L’attrice racconta anche di essersi presa una pausa di due anni dal cinema, che definisce “un grande risultato” personale. Ora però è tornata al lavoro e sta seguendo due nuovi progetti con il regista Apichatpong Weerasethakul.

Al centro del suo discorso resta la vulnerabilità: “Gli attori sono esseri umani in una posizione molto vulnerabile e siamo tutti fondamentalmente timidi. Io lo sono, e per me è difficile nasconderlo”. Secondo Swinton, molti gestiscono questa timidezza in modi opposti: c’è chi si mostra pomposo, convinto di sapere tutto, e chi reagisce con aggressività e ostinazione.

La chiave, per lei, è “scavare a fondo nell’empatia”, capire come entrare in contatto con l’altro essere umano “con pazienza e comprensione”.

La lezione di Derek Jarman: il set come una festa

Una delle immagini più forti condivise a Cannes è il consiglio ricevuto dall’amico Derek Jarman: ogni giorno si dovrebbe andare sul set come se si stesse organizzando una festa.

Un buon regista, spiega Swinton riprendendo le sue parole, non è chi entra in una stanza e tiene tutti “prigionieri”, urlando loro attraverso un megafono cosa bere, cosa mangiare e quando ballare. È, invece, chi fa sì che tutti si assumano una parte di responsabilità nell’atmosfera della festa: c’è chi cambia i dischi, chi prepara i drink, chi porta da mangiare. Un lavoro di squadra, basato su una responsabilità condivisa.

Cosa possiamo portarci a casa come spettatori

Per chi guarda film, il messaggio di Swinton è semplice e attuale: vale ancora la pena uscire di casa e sedersi in sala, cercando storie che non diano tutto per scontato.

In un’epoca in cui l’IA può imitare stili e formule, il vero discrimine resta la nostra capacità di scegliere e sostenere un cinema vivo, rischioso, imperfetto ma profondamente umano: quello che, come dice lei, non smette mai di sorprenderci e non ci lascia scivolare nella noia.

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