Abel Ferrara legge “The Boxer” di Gabriele Tinti – quando la poesia sale sul ring a Milano
Alla galleria Robilant+Voena di Milano Abel Ferrara e Solange Smith hanno dato voce a “The Boxer” di Gabriele Tinti, trasformando uno spazio d’arte in un ring invisibile dove boxe, poesia e dolore umano si sono fusi in un rito antispettacolare.
Il Pugile a riposo: il bronzo che non smette di voltare il capo
Per capire cosa è successo il 22 maggio in via della Spiga bisogna partire da Roma, più di venti metri sotto il selciato di via Venti Settembre, dove nell’Ottocento riemerse uno dei bronzi antichi più straordinari: il Pugile a riposo, oggi al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo.
È una delle pochissime sculture in bronzo sopravvissute dall’antichità, insieme ai Bronzi di Riace, al Satiro danzante di Mazara del Vallo, alla Vittoria Alata di Brescia. Il resto è stato fuso, riciclato, cancellato. Questo no: è rimasto, seduto, con le orecchie deformate, il volto tumefatto, le mani ancora fasciate.
Ciò che colpisce di più, come sottolinea Tinti, è il gesto del capo che si volta verso qualcosa che non vediamo. Non sappiamo chi l’abbia scolpito, né chi rappresenti, né la data esatta. Ma sappiamo che è stato venerato: i piedi consumati raccontano secoli di mani che lo hanno sfiorato, come se quel pugile prendesse su di sé il dolore altrui per restituirlo trasformato. Un capro espiatorio di bronzo, con gli occhi svuotati delle antiche iridi in vetro e osso, che aggiungono uno smarrimento ulteriore.
Su questa figura Tinti lavora da oltre quindici anni. I suoi testi, raccolti nel volume “The Boxer” pubblicato in italiano e inglese da Eris Press di New York e distribuito dalla Columbia University Press, nascono a partire dal 2009 e sono stati letti, tra gli altri, da Burt Young, Kevin Spacey, Robert Davi, Franco Nero. È una lunga storia d’amore, non un semplice progetto.
Un reading antispettacolare tra busti di gesso e un dipinto sacro
Alla galleria Robilant+Voena, tra busti di gesso bianchi come arbitri e un’immagine sacra immersa nell’ombra, nessun allestimento, nessuna scena, solo tre figure in nero: Gabriele Tinti, Solange Smith, Abel Ferrara. Dietro di loro, un dipinto come testimone muto.
Tinti apre la serata citando Sofocle e Heidegger: il deinon dell’Antigone, dove terribile e meraviglioso coincidono, e l’Unheimlich, l’estraneità di chi non si sente mai a casa nel mondo. L’uomo, dice, è sempre fuori posto. In quel collo che del Pugile si torce verso l’alto mentre il corpo pesa come piombo, Tinti riconosce quella che chiama la “malattia di infinito”: la spinta verso qualcosa che non sappiamo nominare, una forma di resistenza alle forze che ci trascendono.
La boxe diventa così metafora perfetta: nobile arte, al pari di musica e letteratura, in cui il corpo misura fino a dove può spingersi, quanto dolore può contenere. Una poesia “antispettacolare”, come ama definirla Tinti, costruita per una sola voce, senza effetti, senza scenografie.
La lettura di Solange Smith è tutta nel controllo: il suo corpo quasi immobile, la voce che scandisce un ritmo ossessivo, un tic-tac da metronomo che richiama i dodici round, i tre minuti, il conto dell’arbitro che non perdona distrazioni. “It’s all over, how many fingers do you see? / I free my mind, can you see my hand?”: nei versi iniziali, il pugilato diventa esercizio spirituale, concentrazione assoluta e perdita di sé, la bocca che sa di ruggine e terra, l’angolo che è insieme tomba e casa.
Abel Ferrara, il sangue e il corpo come verità
Quando tocca ad Abel Ferrara, il registro cambia. Il regista di “Driller Killer”, “Ms. 45”, “The Addiction”, “Mary” e “Il cattivo tenente”, da anni trapiantato a Roma, porta nella lettura una urgenza fisica, ruvida, urbana. Le parole di Tinti nella sua voce sembrano diventare referto, quasi cronaca.
“I cross the limit. I no longer feel anything, but I see his grimace. It’s a grimace of pain”. E ancora: “Everything’s good. It’s only blood”. Una frase che potrebbe stare tanto su un ring quanto in molti dei suoi film, dove il corpo è il luogo dell’unica verità non manipolabile.
Ferrara si ferma, riprende, controlla di avere il pubblico con sé: un approccio anti-accademico, carnale, perfettamente in linea con l’idea di Tinti di una poesia che non va innalzata su un piedistallo ma mescolata alla vita, al fiato corto, al sangue che pulsa. In quello spazio notturno della Robilant+Voena, tra busti che sembrano ascoltare e un affresco che assorbe la luce, la galleria si trasforma in un ring mentale, dove il Pugile ellenistico viene evocato solo con le parole.
Alla fine non resta la gloria, né la vittoria, ma un uomo segnato, ferito, svuotato. “Più si è feriti, più si è grandi. E più si è vuoti”: è la frase che sintetizza la serata e il libro. Il Pugile continua a voltare il capo verso qualcosa che non vediamo. Lo fa da duemila anni, e continuerà a farlo.
Per chi volesse ritrovare da vicino il bronzo che ispira “The Boxer”, il Pugile a riposo è esposto al Museo Nazionale Romano – Palazzo Massimo, mentre il racconto completo del reading milanese è disponibile su Sky TG24.
Come avvicinarsi a “The Boxer” e al Pugile a riposo oggi
Per entrare davvero in questo universo, si può:
- leggere il volume bilingue “The Boxer” di Gabriele Tinti, seguendo il flusso di versi e prose come un unico monologo;
- visitare Palazzo Massimo a Roma e guardare il Pugile a riposo dal vivo, soffermandosi sul volto tumefatto e sul gesto del capo che si volta;
- riascoltare, quando disponibili, i reading pubblici di Tinti con attori e registi, per cogliere come la poesia cambi voce a seconda di chi la interpreta.
È un modo diverso di vivere sia l’arte antica sia la poesia contemporanea: non come oggetti da ammirare a distanza, ma come corpi vivi che continuano a combattere insieme a noi.



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