Amarga Navidad”, Almodóvar si mette a nudo – il film più crudele con se stesso

Amarga Navidad”, Almodóvar si mette a nudo – il film più crudele con se stesso

In “Amarga Navidad” Pedro Almodóvar firma il suo film più spietato verso la propria immagine di autore, trasformando la crisi creativa in spettacolo e confessione. Presentato con tutto il cast al Grand Lumière di Cannes e in sala in Italia dal 21 maggio, il ventiquattresimo film del regista spagnolo è un nuovo capitolo della sua lunga autoanalisi iniziata anni fa.

Un regista che guarda un regista che guarda se stesso

Il protagonista di Amarga Navidad è Raúl (Leonardo Sbaraglia), cineasta dalla chioma grigia e disordinata che da cinque anni non riesce più a girare un film. Attorno a lui un piccolo culto di cinefili che lo venera e una storica collaboratrice, Mónica (Aitana Sánchez-Gijón), pronta però ad abbandonarlo.

Per sbloccarsi, Raúl comincia a scrivere una sceneggiatura intitolata proprio Amarga Navidad, ambientata nel 2004, con una protagonista femminile: Elsa (Bárbara Lennie). Elsa è, di fatto, Raúl travestito. E Raúl è Almodóvar travestito. Lo spettatore si ritrova così a seguire un uomo che si guarda mentre si guarda, in un gioco di specchi tipicamente almodovariano che qui diventa quasi vertiginoso.

In una scena chiave, Elsa spiega cosa voglia dire essere un “regista di culto”: aver girato un paio di film che non ha visto nessuno, ma quei pochi spettatori sono diventati dei feticisti. La battuta fa ridere, ma il bersaglio non è lei: è la paura di Almodóvar stesso di essere già diventato un autore per pochi, magari senza accorgersene.

Per approfondire la lettura critica del film, si può recuperare la recensione completa pubblicata da Vanity Fair Italia.

La malattia, la paura, il dubbio di non avere più niente da dire

Almodóvar ha 76 anni e da qualche titolo a questa parte ha trasformato la propria salute in un personaggio fisso del suo cinema: emicranie, attacchi di panico, paura della morte. In Dolor y gloria questa dimensione era già centrale, ma lì il racconto ruotava attorno al corpo e al dolore fisico.

Con Amarga Navidad il passo è ulteriore: non si parla più solo di malattia, ma del sospetto di aver esaurito le parole, di non avere più storie all’altezza del proprio mito. Nel film, Elsa – all’interno della sceneggiatura di Raúl – fa esattamente ciò che fa Raúl nella “realtà”: assorbe il dolore delle persone che la circondano (un’amica tradita dal marito, un’altra incapace di elaborare la morte del figlio) e lo trasforma in materiale narrativo.

Il momento in cui il film smette di essere un puro esercizio di stile arriva quando Mónica accusa Raúl di aver vampirizzato il lutto suo e della compagna, che ha appena perso un figlio, per alimentare la sceneggiatura. Raúl nega, si giustifica, mente. Ma il regista non lo assolve: lo mette sotto processo davanti al pubblico.

Da qui nasce la vera scommessa morale di Amarga Navidad: fino a che punto un artista può nutrirsi delle vite degli altri? Di chi è il dolore che qualcuno ti affida? È il nodo irrisolto di tutta l’autofiction contemporanea, che non offre risposte facili e richiama alla mente casi letterari come quello di Carrère.

Un film meno “esplosivo”, ma più onesto?

Chi confronterà Amarga Navidad con Dolor y gloria potrebbe trovarlo un passo indietro: più freddo, più cerebrale, meno emotivamente devastante. Il gioco metanarrativo, che Almodóvar pratica da sempre, qui per la prima volta rischia di sembrare un po’ stanco, e la struttura a doppio strato – film e film-nel-film – a tratti finisce per girare su se stessa.

Eppure, per chi legge quest’opera come l’ultimo capitolo di una lunga autoanalisi, il film contiene qualcosa di nuovo: l’immagine di un uomo che ha deciso di smettere di dissimulare, che espone le proprie crepe senza filtri. La crisi creativa, la paura di essere dimenticato, il timore di “morire artisticamente” – soprattutto dopo che il suo agente gli ricorda che “i tuoi film migliori li hai già fatti” – diventano materia prima del racconto.

Nel finale, però, Raúl continua a scrivere: la macchina da scrivere non si ferma. È forse l’unico gesto di speranza di un film che, per il resto, non cerca di consolare né il suo autore né il pubblico.

Come guardare “Amarga Navidad” per coglierne davvero il senso

Per apprezzare Amarga Navidad senza restare delusi conviene:

  • non aspettarsi un nuovo “Dolor y gloria”, ma un film più riflessivo e meno emotivo;
  • accettare il gioco di specchi e i rimandi continui tra realtà e finzione, senza pretendere che tutto si chiuda in modo ordinato;
  • lasciarsi interrogare dal quesito morale al centro della storia: quanto della nostra vita è “materiale” e quanto resta davvero nostro?

Più che un melodramma in stile Almodóvar, Amarga Navidad è un’autopsia lucida del mestiere di regista, e un atto di coraggio di un autore che sceglie di mostrarsi fragile proprio mentre il mondo gli ricorda quanto sia già un classico.

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