Paolo Santo, il figlio di Biagio Antonacci che dice basta alle hit per gli altri – «Volevo qualcosa di mio
Paolo Santo Antonacci, autore dietro alcune delle hit più forti del pop italiano recente, ha deciso di uscire dall’ombra e metterci finalmente la faccia. Non più solo il “ragazzo dei pezzi multiplatino” per altri, ma un cantautore in prima persona, con un debutto che è anche una presa di posizione contro certi meccanismi della musica di oggi.
Dal “figlio d’arte” all’autore di hit (che ora si sfila dal sistema)
Classe 1995, Paolo Santo porta sulle spalle un cognome pesante: il padre è Biagio Antonacci, la madre è Marianna Morandi, il nonno è Gianni Morandi. Eppure, racconta a Vanity Fair, questo non lo ha facilitato, anzi: l’etichetta di “figlio d’arte” lo ha a lungo frenato.
Per anni ha scelto di stare dietro le quinte, firmando brani che hanno dominato classifiche e radio: I p’ me, tu p’ te, Mille, Sinceramente, Incoscienti giovani, Tango. Un curriculum da colosso del pop, che però non coincide con il suo modo di stare al mondo: riflessivo, poco incline alla diplomazia, allergico alla retorica dei “miti” e dei paragoni continui con la sua famiglia.
L’autoraggio, dice, è stato «il primo e a lungo l’unico sbocco possibile». Anche perché, da bambino, guardando Sanremo, vedeva sfilare figli d’arte in cui non si riconosceva affatto. L’idea di esporsi come interprete gli sembrava il contrario di ciò che voleva essere, quindi meglio lavorare per gli altri.
Oggi però qualcosa è cambiato: molte delle collaborazioni e delle sessioni sono state messe in pausa per lasciare spazio a un progetto che sente davvero suo.
“Paolo Santo Superstar”: sette canzoni come un tempio
Il debutto in prima persona si chiama Paolo Santo Superstar: un album firmato semplicemente Paolo Santo, scritto insieme a una parte della “squadra di sempre”, tra cui Tananai, che lui definisce «un fratello» e la prova che l’amicizia nella musica è possibile.
Sono sette brani, che lui vede come «sette atti», il primo buco in una diga destinata ad aprirsi sempre di più. «Per me queste sette canzoni sono un tempio: ho lasciato fuori tutte le brutture della musica di oggi», spiega. Niente confezioni perfette, niente patinatura: un cantautorato a tratti psichedelico, scorretto, scomposto, volutamente non impacchettato.
Non è un disco “per fare i numeri”, ma un lavoro nato «tra il sonno e la veglia», senza aspettative di classifica: l’emozione, dice, è già solo avere il vinile in mano e poterlo regalare agli amici. Dopo anni in cui, cercando il suo nome su Google, comparivano solo le hit scritte per altri, voleva finalmente «qualcosa di mio, qualcosa di vero». Trent’anni gli sono sembrati l’età giusta per provarci.
Sanremo, invece, resta lontano: quel mondo non lo attrae, non sente che gli appartenga. «Mai dire mai» solo nel caso in cui “scendesse dal cielo” una canzone giusta, ma non è qualcosa che sta cercando.
«Mio padre inorridirebbe se sapesse come funziona la musica oggi»
Nel suo racconto c’è anche uno sguardo molto lucido sull’industria musicale contemporanea. Ai tempi di Biagio Antonacci, dice, l’artista era “l’uomo solo al comando”: scriveva da sé i propri brani e, al massimo, chiedeva un aiuto. Oggi, invece, è tutto un «concorso di autori, di strategie, di sessioni» in cui si lavora in tanti per far quadrare i conti e i numeri.
Il rischio è che «la musica suoni tutta uguale», perché se si ricorre sempre agli stessi autori e produttori, l’omologazione diventa inevitabile. Un sistema che dall’alto spinge verso brani sempre più standardizzati, convinto che seguire binari prestabiliti sia la chiave del successo. Ma per Paolo Santo non è così: il successo resta qualcosa di «imponderabile», dove al massimo esistono scorciatoie, non formule magiche.
In questo contesto si riconosce nelle parole di Dimartino, che ha definito la musica “da sessione” un’esperienza finita: per il suo disco ha rinunciato alle sessioni di routine, scegliendo una lunga immersione creativa con poche persone fidate. E quando Morgan aveva proposto che a Sanremo ogni autore potesse firmare una sola canzone in gara, lui si era detto d’accordo, portando infatti un solo brano.
Nonostante le critiche al sistema, non rinnega il percorso: «Sarebbe disonesto sputare nel piatto dove ho mangiato», ammette. È stato – e in parte è ancora – dentro quel meccanismo, ma è convinto che qualcosa debba cambiare. Anche per questo ribadisce un punto fermo: «Vorrei che si tornasse a non prendere per scemo il pubblico, cosa che non è».
Il padre Biagio, racconta, è stato fondamentale sul piano pratico, consigliandogli subito di aprire una sua società per proteggersi dalle “fregature” del mestiere. E oggi, ascoltato il disco, gli ha detto di essere fiero della scelta fatta e dell’album. Delle tante hit da disco di platino che il figlio ha scritto, conosce davvero solo Mon Amour, e più che altro per il ritornello. «Ora è tutto diverso: non perché sia meglio, semplicemente è un’altra storia».
Cosa possiamo imparare da questa “altra storia” della musica italiana
La traiettoria di Paolo Santo offre uno sguardo dall’interno su come funziona oggi il pop italiano: sessioni affollate, numeri da inseguire, omologazione in agguato, ma anche la possibilità concreta di tirarsi fuori, rallentare e cercare una voce più personale.
Per chi ascolta, il suo percorso è un invito a:
- dare attenzione a chi c’è dietro le canzoni che amiamo, non solo al volto in copertina
- non farsi convincere che tutto ciò che passa in radio sia per forza “tutto uguale”
- sostenere i progetti in cui si percepisce una ricerca autentica, anche se meno “perfetti” o immediati
In fondo, il messaggio che arriva dal suo esordio è semplice: la musica può ancora essere un luogo di rischio, di identità e di verità, se chi la fa è disposto a rinunciare a qualche certezza in cambio di qualcosa che gli appartenga davvero.



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